Non voglio parlare del corona virus perché stiamo affogando giustamente con tante notizie e informazioni. Io invece preferisco parlare di noi vorrei parlare della nostra fragilità di come questa situazione estrema pandemica non vedo l’ora che finisca abbia comunque messo in luce la nostra fragilità che c’è sempre stata soltanto che la nostra arroganza normalmente non la ha fa apparire così palesemente come adesso.
Questa situazione estrema, lasciando stare il non poter lavorare, ha comunque messo in luce come non sappiamo utilizzare il tempo, ha denunciato la nostra versione pre-virus che riflette il nostro senso di inadeguatezza nel non saper vivere la nostra libertà, le nostre pecche nel condurre la nostra vita, in quanto normalmente non siamo noi ma i nostri impegni a vivere il nostro quotidiano, trovando così mille scuse per fare o non fare.
Non abbiamo tempo per scrivere, non abbiamo tempo per disegnare, non abbiamo tempo per suonare lo strumento che ci piace o stare con i nostri cari, coltivare i nostri hobby, interessi, e solo oggi assurdamente restando chiusi a casa obbligatoriamente a causa del corona virus non è più così. Paradossalmente abbiamo tutto il tempo che vogliamo, ma siccome non siamo abituati ad averne così tanto a disposizione, a non avere solo i nostri cinque minuti o l’ oretta per noi, non sappiamo più come utilizzarlo, siamo fuori posto con noi stessi, a disagio, e dunque ci annoiamo. Quando stiamo soli con noi stessi senza i nostri impegni ci annoiamo.
Solo nel momento in cui siamo messi in una condizione di costrizione e abbiamo paura allora vediamo che l’umanità ritorna alle cose vere, alla democrazia dei valori, e tutti torniamo uguali, questo virus è un democratico, è un idealista è nella sua orribile efficacia dirige come uno dei migliori registi surrealisti in quanto ha abbattuto le frontiere, barriere, confini, Cina, Europa, adesso America, reso inutili le cariche politiche, un governatore, un presidente degli USA, un maestro o un capotreno sono tornati in un attimo tutti uguali, e con lui non basta l’intelligence, le guardie del corpo, non c’è ricco o povero, lui colpisce tutti. E non ci sono i Jet lag, non ci sono più ore di volo perché lui viaggia sempre in una classe, quella dell’umanità del genere umano, rosso asiatico bianco o nero poco importa, colpisce e viaggia usando i nostri corpi. Quindi nella sua orripilante virulenza risulta non solo democratico ma molto più umano di noi che invece le distinzioni tra esseri umani le facciamo e come..
Ora vorrei porre il punto anche su questo, stiamo vedendo giornalmente decine di video online dove siamo nei balconi a cantare con tutto il quartiere, cantiamo l’inno nazionale ed è bello un momento d’unione, ma io mi ricordo l’età del virus che però non è questa di adesso ma è quella precedente, quando noi per strada non salutavamo il prossimo, alla cassa evitavamo i contatti e non davamo confidenza, non solo non conoscevamo il nostro dirimpettaio o chi vive nel palazzo accanto, ma non ci interessava e se qualcuno stava male ce ne allontanavamo, perché non ci doveva sfiorare.
Il dolore degli altri la compassione, l’umanità, la partecipazione non ci devono toccare perché facendolo ci fanno male, dunque meglio scappare, evitare, defilarsi, allontanarci, allora è meglio creare un nemico che può essere accusato per la società che viviamo, una volta un immigrato, una volta l’uomo nero, un’altra i politici o il consulente del lavoro, oppure lo stato, c’è sempre un nemico da seminare ma non c’è mai la coltivazione della nostra essenza, e la raccolta della nostra umanità. Ho visto in questi giorni scene bellissime dove i padri giocano a casa tutto il tempo con i figli non vedo più solo Tablet, ma giocano a carte, al mimo, a Domino, anche i miei amici giocano a gessetto, capite è stato riscoperto il tecnologico gessetto nel corridoio o in balcone perché i ragazzi non possono uscire.
Ora mi chiedo dovevamo avere bisogno di un virus per fare questo?
Concludo.. Una lettrice mi ha detto: ”Oggi ho provato un senso di grande tristezza, distacco, mi sono sentita sola, abbandonata, mi sono sentita in mezzo all’umanità al supermercato ma come se non fossi anche io un esponente del genere umano, perché nessuno voleva avere contatto, ci guardavamo tutti con grande sospetto. E la domanda che mi ha posto era: “Potremo mai tornare come prima alla nostra normalità, a come in passato potremmo di nuovo abbracciarci?”
Io non ho sfere magiche che possano prevedere il futuro, ma posso dire una cosa pe me ovvia, io non ci voglio tornare come eravamo prima, o meglio voglio liberarmi prestissimo di questo orribile virus, ma non voglio tornare alla società di prima, dove non abbiamo tempo per i figli, per i nostri cari, non abbiamo tempo per evolverci, per scoprire chi siamo veramente, per culminare nella felicità..
Non voglio tornare in una società che di sociale ha veramente poco, dove per strada non si saluta nessuno, non ci sono contatti, dove siamo una carica politica o un ruolo lavorativo prima di essere un uomo appartenente al genere umano, dove se io soffro ma non appartengo al tuo Clan al tuo simile o conterraneo, vengo emarginato.. io non ci voglio tornare in quella società lì, la Società dell’isolamento. In verità il virus c’era da prima, ma molto prima ed era violento e molto più subdolo di questo perché questo ti ammala in pochi giorni o in qualche settimana, quello invece ti ammazza l’anima, ci ammazza dentro, ci rende insensibili.
Dobbiamo tornare ad amare ciò che facciamo, le piccole cose, ad amare ogni cosa che facciamo.
Noi siamo il tempo e non c’è nessun “Carpe Diem cogli l’attimo”, noi siamo ogni attimo.
In una natura sana qualunque animale, dal rinoceronte all’elefante, dal cane al cavallo al lupo, sono sempre presenti, loro sono sempre presenti in ciò che fanno, hanno un quoziente intellettivo inferiore a quello umano, ma superiore perché risponde a quello del creato, quello dato in origine, in quanto loro in tutto ciò che fanno anche se elementare, anche se palesemente banale sono sempre lì, sono presenti nel farlo, stanno vivendo quel momento, attimo dopo attimo.
Noi questo lo abbiamo dimenticato e questa situazione paradossalmente ci sta facendo vedere cosa fare per cambiare e creare il nuovo presente, non il futuro, un nuovo presente “oggi”. La compassione è scendere con passione nelle cose nelle situazioni degli altri, capire l’altro che sta soffrendo è capire noi stessi è tecnologia in purezza.
Dobbiamo andare dal vicino, dal nostro caro e chiedergli non solo che fai o come stai, ma cosa provi in profondità, cosa senti, capire realmente cosa succede dentro di noi, questo è meraviglioso.
È adesso avendo capito quanto è brutta la prigionia, una prigionia che ci ha reso tutti uguali, che il terrone e il polentone di prima non esistono più, ora siamo tutti prigionieri, ed essendolo tutti capiamo l’altro e dunque si va nel balcone a cantare per sostenerci, si sta insieme cercando la ritrovata vera umanità, dove l’esigenza di contatto sociale è emozionale sentimentale, dove noi siamo prima essenza, siamo ciò che siamo e poi ciò che appariamo o il titolo che ci siamo guadagnati, noi siamo quello non è retorica.
Dobbiamo tornare alla semplicità, ai piccoli gesti amando tutto ciò facciamo ed essere presenti, usare le nuove vecchie misure quelle che abbiamo riscoperto adesso sotto costrizione, per tornare a godere di quelle enormi piccole cose come il semplice poter tornare a respirare liberamente.
E con questa riflessione ti saluto.
I Minuti dell’audio nel audio/video riproducono la riflessione dell’articolo a voce alta, perché abbiano accesso all’ascolto i ciechi, a chi lavorando non ha tempo o chi preferisce ascoltare, e quelli tra noi che pur avendo la vista sono diventati i veri Non Vedenti.
Buon ascolto o buona lettura come preferite.
Foto in evidenza opera di un’anima fragile